Cosa comprare. I prodotti tipici e locali

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1) Perché mangi prodotti più buoni, più freschi e sani, che ti aiutano a mantenerti in forma e in salute
2) Perché sostieni l’economia del tuo territorio, e in particolar modo i piccoli e medi produttori vicini a te che lavorano con coscienza, nel rispetto delle leggi, dei disciplinari, dell’ambiente
3) Perché riduci le emissioni di CO2: i trasporti, gli imballaggi e le esigenze di conservazione si riducono
4) Perché contribuisci a salvare produzioni locali a rischio di estinzione o di erosione genetica e a mantenere vive e attive conoscenze, tradizioni, usanze e specialità del tuo territorio

I prodotti tipici e locali, nostro vero grande bene comune
Dall’ortofrutta al pane e ai dolci, dalle carni ai formaggi al pesce, ogni zona d’Italia presenta una ricchezza di 
prodotti tipici che, per varietà e qualità, è l’emblema più alto del Made in Italy, uno dei fattori di attrazione più interessanti del nostro Paese, sia sotto il profilo culturale che economico, e sicuramente – insieme al nostro patrimonio storico-architettonico – il vero “capitale” che ci è stato lasciato in eredità dalle generazioni precedenti. Il più grande bene comune di cui disponiamo.

Conoscere i prodotti del nostro territorio è dunque importantissimo: serve a individuare e conoscere le tipicità locali verso le quali orientarci per una Buona Spesa, sana gustosa e di qualità, che non faccia troppa strada dalla produzione alla tavola, che non subisca l’umiliazione dei trattamenti industriali, che sia frutto di tradizioni consolidate e costi il giusto.

Le produzioni locali, anche quelle tipiche, sono spesso a torto considerate, alternativamente:

pomodori prodotti di serie B, perché difformi da alcuni standard che il mercato ha via via adottato per ragioni commerciali – pezzatura, colore, forma, presentazione, packaging etc. L’obiezione più seria, sotto questo aspetto, potrebbe essere quella dei controlli qualitativi e igienico-sanitari che – a opinione di molti – nella grande industria e nella grande distribuzione sarebbero più stringenti, e quindi offrirebbero maggiori garanzie di sicurezza. Il punto non è quanto questo sia vero o discutibile, sebbene la cronaca e l’esperienza suggeriscano molti dubbi: il punto è che questo rappresenta un autentico e ingiustificato pregiudizio verso le piccole e medie aziende che lavorano invece nel rispetto della legge e dei disciplinari, e che in virtù della passione dei produttori offrono fors’anche garanzie di sicurezza più certe;

– prodotti di nicchia, per buongustai incalliti o patiti della tradizione o del salutismo. Non è così, e anche questo è un pregiudizio. Fino a poche generazioni fa, quando ancora il mercato agroalimentare non aveva assunto le attuali dimensioni e caratteristiche, quando l’Italia era ancora largamente contadina, ci si alimentava assai diversamente: erano proprio questi prodotti la base dell’alimentazione quotidiana, che attingeva appunto alle risorse più prossime del territorio, a partire dall’orto di casa. Questa è la celebre e celebrata “dieta mediterranea”, patrimonio culturale immateriale dell’umanità Unesco dal novembre 2010.

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La dieta mediterranea è un modello nutrizionale ispirato ai modelli alimentari diffusi in alcuni paesi del bacino mediterraneo (come l’Italia e la Grecia) negli anni cinquanta del XX secolo. Si basa su alimenti tradizionalmente consumati in questi paesi. Il concetto di dieta mediterranea è stato introdotto e studiato inizialmente dal fisiologo statunitense Ancel Keys, il quale ne ha dimostrato i benefici effetti sulla longevità e sulla salute nel leggendario Seven Country Study.
[Wikipedia]

Dal secondo dopoguerra in avanti, quando alla fame e alla devastazione bellica subentrò nel volgere di soli 15 anni la cosiddetta “società dei consumi”, quel modello alimentare è stato pressoché completamente sovvertito. L’abbondanza di cibo a costi contenuti per tutti, attraverso la grande industria, le produzioni intensive e i supermarket, ha convinto alcune generazioni di italiani che questo fosse/sia l’unico modo di cibarsi, addirittura un segno di benessere collettivo.

A distanza, appunto, di qualche generazione, oggi ci rendiamo conto – invece – che dobbiamo stare molto attenti a quello che scegliamo e che mangiamo, e che quasi nulla di quello che ci viene proposto (dalla pubblicità e dal mercato) come buono, genuino e salutare lo è. Ce lo dicono i nutrizionisti di ogni nazionalità e orientamento, che a livello planetario propongono il ritorno alla dieta mediterranea – cioè al nostro modello alimentare degli anni cinquanta del XX secolo – come ricetta di vita lunga e sana.

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Se nei paesi o nelle piccole e medie città di provincia è più facile trovare e comprare prodotti tipici e locali, e quindi fare a meno dei supermarket e adottare la Buona Spesa (magari con l’ausilio di questi nostri suggerimenti), a chi vive e lavora o si trova per viaggio o turismo in una grande città la cosa può apparire difficile o complicata. Oltre tutto, nei grandi centri, la memoria stessa di certe produzioni tipiche è a rischio estinzione, proprio perché soppiantate nel tempo da altri alimenti (industriali e di “largo consumo”): per molte di queste specialità la domanda si va via via assottigliando. Risollevarla è un modo sicuro di contribuire alla loro sopravvivenza e riappropriarsi di sapori e saperi che, domani, potrebbero essere solo un ricordo.

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